Archivi per il mese di: settembre, 2007

TRENO… di ritorno 8

PAROLE AD UN’AMICA

-ACQUA-

Parlami del mio lago
in questa notte solitaria
che sembra non finire mai.
Raccontami di allora
dei sogni che furono
e che non sono più.
Sussurrami del lento
infrangersi delle onde sulla riva ghiaiosa
e di quell’acqua dolce
forse un po’ melmosa,
ma così familiare.
Rammentami la calma e la pacata
lentezza dello scorrere della vita
distesa fra l’onde
di questo lago
rimasto per sempre allagato nel cuore.
Parlami del lago
parlami di allora
in una lenta e molle
cantilena che mi culli
per conciliarmi al sonno.
Quest’acqua di mare è ormai
troppo salata, per me.

P.S: fuochino, fuocherello? acqua, acqua, acqua.

 

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TRENO…  di ritorno 7

DECENNI

Ci sono domande che trovano risposta dopo decine di anni. Inizialmente non parevano neppure " domande senza risposta" , ma piuttosto uno stato sospeso della mente e del cuore, un "perchè" di indefinito sentire. Solo quando dopo tanti anni, e tanti lo sono davvero se si contano per decenni, si intuisce magicamente la risposta che balza come lampo fulmineo inserendosi, non prevista nè più attesa, nei pensieri del quotidiano vivere,  solo allora tutto assume un senso: il senso del non senso. E così si comprende quello strano sentire come si svelasse un dubbio, come se un’incognita divenisse consapevole certezza, perchè  così è, che piaccia o no.

Mi sono sempre chiesta nella vita perchè mi coinvolgesse così profondamente la lirica di Cardarelli " Gabbiani" tanto da sceglierla, appena conosciuta, come poesia da esporre a memoria all’esame di quinta elementare. Allora mi limitavo a recitarla , come più volte è accaduto ciclicamente nella mia vita; ora la so anche commentare e ogni parola ha un senso compiuto.

Gabbiani
 
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.  

  

TRENO… di ritorno 6

PER   NOME

Così grande era quel campo di grano dietro casa che era un piacere perdersi nei pensieri guardandolo.  A volte capitava che passassero ore senza accorgersene. Ondeggiava biondo, lento e flessuoso. La tentazione di corrervi dentro era altrettanto grande, ma era risaputo che non si poteva. Le spighe dovevano rimanere dritte per essere mietute senza fatica e senza perdita di chicchi preziosi. Si imparava così il rispetto del lavoro altrui ed il valore del pane.

Ma quando quel campo era arato, seminato ad erba per farlo riposare, era una festa. L’erba cresceva alta fino alla vita e mi potevo nascondere dentro. E correre.  Allora partivo dal fondo, non vista, per arrivare fino in cima, lassù in fondo in fondo, fino all’albero d’ulivo che delineava la fine dello stesso campo. L’erba mi sferzava le gambe nude, segnandole, ma non  mi fermavo. Le braccia sfioravano le estremità dell’erba rivolta al cielo. Era come volare: un crescendo di velocità e di gioia. Alla fine mi sdraiavo sotto l’albero d’ulivo; il fresco dell’erba mi dava ristoro e gli occhi si perdevano a guardare in alto per sbirciare coriandoli di cielo fra il fogliame. Rimanevo là finchè la mamma mi chiamava per nome, forte; era l’ora di cena.

P.S:…essì…